Presentazione

La proiezione è introdotta da Alessandra Lavagnino.

Note introduttive

Vicino all’angolo nord occidentale della centrale Piazza del Popolo che un tempo era l’Ippodromo della metropoli coloniale, in quelle che erano le stalle costruite dagli Inglesi, ancora oggi vivono numerose famiglie. Attraverso le loro storie personali, e con spezzoni di preziosi filmati d’epoca, l’autore di 20, Weihai Road, Shanghai ripercorre circa un secolo di storia della città e della Cina. Shanghai (Shang, ‘sopra’, hai ‘mare’) è la città più popolosa della Cina (circa 17 milioni di abitanti), posta lungo la riva destra del fiume Huangpu. Costituisce una Municipalità direttamente dipendente dal governo centrale, equiparata, come Beijing, Tianjin e Chongqing, alle altre grandi regioni amministrative del paese. La sua fortuna è dipesa dalla posizione in prossimità del mare e dal suo grande porto aperto ai traffici di tutto il mondo. È centro industriale e commerciale di primissimo piano (industria siderurgica e tessile, cantieri navali che sono i più grandi della Cina, fabbriche automobilistiche). Le sue origini storiche risalgono alla dinastia Song (XI sec.d.C.), ma il suo destino si giocò nel 1842, quando, in seguito al trattato di Nanchino, che concluse la Guerra dell'Oppio fra la Cina e l'Inghilterra, quest'ultima impose che il porto della città venisse aperto al traffico marittimo internazionale, obbligando la città ad ospitare varie Concessioni straniere (inglese, francese, americana, e poi giapponese). Le Concessioni erano aree della città ottenute in affitto dal governo cinese alle quali veniva concessa l'extraterritorialità amministrativa e giudiziaria, sebbene nominalmente restassero territorio cinese. Nella Concessione francese, nell’attuale Via Xingye, al n. 76 - oggi luogo molto alla moda nel quartiere xin tiandi “nuovo mondo” - il 1° luglio 1921, viene fondato il Partito Comunista Cinese. Nel 1949, con la fondazione della Rpc, vengono soppresse le Concessioni e inizia una radicale opera di trasformazione politica e sociale. Shanghai negli anni ’60, nella testimonianza di un grande giornalista: “Scomparsi lo scintillio e il clamore; scomparsa la ricchezza piu’ sfacciata accanto alla miseria piu’ nera; scomparsa la strana eccitazione di una città poliglotta dai molti volti, scomparsa l’isola di civiltà occidentale all’interno del gigantesco mucchio di catapecchie che era Shanghai. Addio a tutto: ai cinesi eleganti nelle loro automobili fornite di autista dietro a vetri a prova di proiettile; ai gangster, ai vagabondi, ai rapitori; ai circoli riservati agli stranieri, con gli uomini in smoking bianco e le loro donne in splendidi abiti da sera; ai boys cinesi in giacca bianca in ossequiosa attesa di mancia; alla Jimmy’s Kitchen con il suo buon caffè americano, gli hamburger, il chili e le bistecche. Addio a tutta la vita notturna: alla splendente cantante dai capelli laccati, il trucco di scena, l’abito aderente con la spaccatura che rivela la coscia rivestita di seta e il suo rikshaw [renliche] di ebano nero ornato d’argento con la sua corona di luci; alle cento sale da ballo e alle migliaia di ragazze da strada; alle tane dell’oppio e alle sale da gioco; alle insegne luminose dei grandi ristoranti, all’acciottolio delle pedine del mahjongg, alle grida dei cinesi che si divertivano e giocavano alla morra per brindisi ripetuti; ai marinai nei loro bar puzzolenti e nei loro bordelli cordiali sulla via Szechuan; alle miriadi di puttane da pochi soldi e di mezzani che entravano e uscivano indaffarati dalle stradine laterali; alle insegne delle ditte straniere, agli innumerevoli negozi ricolmi di sete, giade, ricami, porcellane e tutta la mercanzie dell’Oriente; alle generazioni di famiglie straniere che chiamavano Shanghai la loro città e vivevano tranquille vite conservatrici nel loro piccolo mondo estraneo alla Cina; ai mendicanti a tutti gli angoli e ai bambini pieni di croste che urinavano o defecavano sul ciglio della strada mentre le loro madri chiedevano l’elemosina e si grattavano distrattamente i pidocchi; ai “carri di miele” che trascinavano le immondizie notturne per le strade; ai lunghissimi funerali, alle prefiche vestite di bianco che spargevano lacrime false, ai palazzi di carta e al denaro di carta bruciati sulle tombe dei defunti; alla lotta feroce per l’oro e per la vita e al tributo quotidiano di neonati non voluti e di suicidi galleggianti nei canali; agli innumerevoli rikshaw con i loro proprietari che si battevano gli uni con gli altri per procurarsi i clienti e discutevano sulle tariffe; alle bianche navi corazzate sul Whangpoo, “per la protezione delle vite e delle proprietà degli stranieri”; ai venditori ambulanti con le loro grida lamentose; ai conquistatori giapponesi e ai loro successori americani del Kuomintang; scomparsa la città piu’ perversa e piu’ colorita del vecchio Oriente: addio a tutto questo. Una parte di questo è stata portata oggi a Hong Kong dagli emigrati, e una parte, con l’aggiunta degli spettacoli di spogliarello su può trovare a Tokyo. Shanghai ha ancora una popolazione piu numerosa di quella di Hong Kong e di Tokyo, se si contano i sobborghi; nel 1961 aveva 10milioni 400mila abitanti. Gli stranieri dicono ancora che essa è “l’unico posto della Cina che abbia realmente l’aspetto di una grande città”. Gli alti edifici ci sono ancora ma il Quartiere straniero e la concessione francese, che costituivano il cuore di una moderna metropoli, assomigliano ora stranamente a un villaggio, e alla sera il centro è spopolato come Wall Street la domenica.” Con queste parole Edgar Snow (1905-1972) racconta, nel volume L’altra riva del fiume. La Cina oggi (Einaudi, Torino, 1966), il suo ritorno, nei primi anni ’60, nella città in cui aveva cominciato, ventiduenne, il suo lavoro di giornalista per la China Weekly Review e dove aveva vissuto prima di intraprendere, nel 1936, il viaggio oltre le linee dei nazionalisti che lo aveva portato fino ad arrivare a Yan’an, incontrare i capi rivoluzionari e tracciare una prima, importante biografia di Mao Zedong (Stella rossa sulla Cina, Einaudi, Torino, 1973). La Shanghai che Snow descrive in questo struggente passo, rimane quasi immutata fino alla prima metà degli anni ’80, con le medesime costruzioni coloniali, requisite dal Comitato Rivoluzionario, e riutilizzate in modo ‘popolare’, con i grandi quartieri operai nella sterminata periferia industriale, e circondata da opulente Comuni Popolari, che garantivano l’approvvigionamento alimentare alla metropoli, e la costa di Pudong ancora piatta e interamente coltivata a verdura. E saranno gli anni ’90 a testimoniare lo sviluppo prorompente di Shanghai, avanguardia della crescita di altre città cinesi, soprattutto lungo la fascia costiera . Della Shanghai che sta scomparendo, e di quella che non c’è più, travolta dalla febbre delle costruzioni e della modernità, ci parlano i documentari che abbiamo scelto.

Film in programma

Nostalgia

di
Cina, 2006 (70 min)

Shanghai è la città natale del regista Haolun Shu, dove ha anche scelto di vivere e lavorare. La...

20 Weihai Road, Shangai

di
Cina, 1997 (42 min)

Vicino all’angolo nord occidentale della centrale Piazza del popolo che un tempo era...

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